«Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, le importazioni di combustibili fossili sono costate all’Europa 127 miliardi di euro in più, senza un solo quantitativo aggiuntivo di energia». Con queste parole la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha quantificato a Bruxelles il prezzo della crisi energetica innescata dalla guerra con l’Iran. Intervenendo questa settimana al WinWin Brussels Summit, appuntamento dedicato alle startup, von der Leyen ha insistito sul punto: «Centoventisette miliardi soltanto a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz». Una cifra che l’Unione ha pagato per la stessa energia che già acquistava, e che secondo la presidente dimostra quanto la dipendenza dai combustibili fossili importati esponga il continente agli shock esterni.
- Secondo von der Leyen, dalla chiusura di Hormuz l’Ue ha speso 127 miliardi di euro in più per petrolio e gas importati, senza ricevere energia aggiuntiva.
- Ad aprile, circa sette settimane dopo l’inizio della guerra, la Commissione stimava il costo extra in 24 miliardi di euro.
- L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) segnala che le scorte di gas dell’Ue entrano nella stagione del riscaldamento al livello più basso dal 2013.
- In Italia l’inflazione ha toccato il 5,4% e uno sciopero di una settimana dei camionisti contro il caro gasolio ha bloccato le consegne di latte ai produttori di mozzarella.
Von der Leyen avverte: importare gas significa importare anche le crisi
Il messaggio della presidente della Commissione è stato netto. «Quando importiamo petrolio e gas, rischiamo di importare anche gli shock e le crisi che li accompagnano», ha osservato dal palco di Bruxelles. La conclusione che ne trae è che la risposta europea debba essere importare meno.
La stima di 127 miliardi è l’ultimo passaggio di una progressione rapida. Ad aprile, a circa sette settimane dall’inizio del conflitto, Bruxelles calcolava un esborso aggiuntivo di 24 miliardi di euro. A fine settembre il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, aveva annunciato che la soglia dei 100 miliardi era stata superata, sottolineando anche lui che l’Unione non aveva ricevuto «neanche una molecola in più di gas o petrolio».
Von der Leyen ha definito un eventuale ritorno al combustibile russo un «errore strategico», dopo che a marzo Vladimir Putin si era detto pronto a rifornire di nuovo l’Europa.
La transizione pulita presentata come scelta di competitività e indipendenza
Nel suo intervento, von der Leyen ha legato la crisi energetica a quella climatica. «Anche quest’anno abbiamo visto gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici: siccità, incendi boschivi e alluvioni», ha ricordato, aggiungendo che si è visto anche «il costo della nostra dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili». E ancora: «La transizione pulita significa da un lato proteggere il nostro clima, ma dall’altro riguarda anche la competitività e l’indipendenza dell’Europa».
«Il nostro percorso è chiaro: diventeremo il primo continente climaticamente neutro entro il 2050», ha spiegato la presidente, richiamando l’accordo sul traguardo per il 2040, con l’impegno a ridurre le emissioni europee del 90%. Dal 2021, ha aggiunto, «sono stati investiti oltre 1.200 miliardi di euro in attività sostenibili in tutta l’Unione europea», investimenti che «richiedono certezze a lungo termine». Da qui l’impegno: l’Europa manterrà la rotta, rispetterà i propri obiettivi e sosterrà le industrie pulite.
Dalla crisi russa a quella di Hormuz, l’Europa resta dipendente dall’import
La nuova emergenza arriva quattro anni dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, quando Mosca ridusse drasticamente i flussi di gas verso l’Ue e i governi corsero a riempire gli stoccaggi a prezzi record. La quota russa delle importazioni di gas dell’Unione è scesa da circa il 45% prima dell’invasione a circa il 13% nel 2025, e a gennaio gli Stati membri hanno approvato il divieto di importare gas naturale liquefatto russo entro la fine di quest’anno e gas via gasdotto entro l’autunno 2027.
Il gas russo, però, è stato in gran parte sostituito da altre importazioni, soprattutto Gnl proveniente da Stati Uniti e Medio Oriente. All’inizio della guerra con l’Iran, il 57% dell’energia dell’Ue arrivava ancora da combustibili fossili importati. Il conflitto ha poi chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui transitava circa un quinto del petrolio commerciato nel mondo, e il traffico delle petroliere si è quasi fermato. Il Golfo Persico forniva inoltre oltre il 40% delle importazioni europee di carburante per aerei e gasolio.
Dopo un inverno freddo, a fine marzo gli stoccaggi di gas erano appena al 28,4%, sotto la media quinquennale. Nel giro di poche settimane Jørgensen ha chiesto agli Stati membri di valutare «misure volontarie di riduzione della domanda», in particolare nei trasporti, mentre il piano dell’Aie per tagliare i consumi di petrolio includeva le domeniche senz’auto, già usate durante la crisi petrolifera degli anni Settanta.
Prezzi alle stelle e scioperi, anche in Italia
A settembre gli automobilisti di alcuni Paesi Ue pagavano il carburante quasi il 50% in più, oltre 11 dollari al gallone. In Italia uno sciopero dei camionisti durato una settimana contro il prezzo del gasolio ha fermato le consegne di latte ai produttori di mozzarella, mentre l’inflazione saliva al 5,4%. I funzionari europei prevedono che i prezzi di petrolio e gas restino sopra i livelli prebellici almeno fino alla fine del 2027.
Secondo l’Aie, in caso di inverno rigido e di perdurante blocco di Hormuz, le scorte di gas dell’Ue potrebbero scendere sotto il 10% entro la fine di marzo.
I gestori delle reti del gas europee hanno avvertito di un possibile ammanco pari al 12-15% della domanda in caso di forte ondata di freddo, e a fine ottobre i ministri dell’Energia si sono riuniti per discutere limiti ai consumi validi in tutta l’Unione.































