Due giovani sono morti nella notte in un incendio scoppiato in uno degli ex magazzini abbandonati del Porto Vecchio di Trieste, l’area portuale dismessa dove da anni trovano riparo i migranti arrivati lungo la rotta balcanica. Le vittime sono una ragazza italiana e un ragazzo marocchino, entrambi tra i 20 e i 30 anni secondo i primi rilevamenti. L’autopsia non è ancora stata disposta. I due corpi carbonizzati sono stati trovati dai vigili del fuoco durante le operazioni di spegnimento. Nel corso del rogo è crollata anche parte della struttura.
- Le vittime sono una ragazza italiana e un giovane marocchino, tra i 20 e i 30 anni.
- Il fuoco, acceso al piano terra per riscaldarsi, ha fatto crollare il solaio sullo stanzino dove si trovavano i due.
- Dopo il ritrovamento c’è stato un nuovo sgombero nell’area e il prefetto ha riunito i vertici delle forze dell’ordine.
- L’associazione Ics denuncia in media 70 posti di accoglienza liberi, mentre un centinaio di persone dorme per strada o nel Porto Vecchio.
Il fuoco per scaldarsi, poi il crollo del solaio
Secondo la ricostruzione riportata da Il Fatto Quotidiano, i due giovani si erano rifugiati in uno stanzino al primo piano dell’edificio fatiscente. Al piano terra alcune persone avevano acceso un fuoco per proteggersi dal freddo, mentre le raffiche di bora arrivavano a 100 chilometri orari e le temperature scendevano. Le fiamme avrebbero raggiunto il soffitto e provocato il collasso del solaio, che ha travolto i due ragazzi. Sarebbero morti per le esalazioni e sono stati trovati con gravi ustioni.
Non è ancora chiaro se la ragazza, forse di origine straniera, vivesse stabilmente nel magazzino o se fosse la compagna del giovane migrante.
Dopo il ritrovamento dei corpi, nell’area del Porto Vecchio è stato eseguito un nuovo sgombero. Il prefetto Giuseppe Petronzi ha convocato i vertici delle forze dell’ordine per valutare le misure di sicurezza. Per le 18.30 è stata annunciata una manifestazione in piazza Libertà in memoria delle due vittime.
La terza tragedia in poche settimane negli ex magazzini
Nei magazzini del porto non è la prima morte. All’inizio di dicembre 2025 vi è morto Hichem Billal Magoura, algerino di 32 anni. Il 13 gennaio è morto in ospedale Sunil Tamang, nepalese di 43 anni, che si era sentito male in uno degli edifici abbandonati. Le associazioni fanno notare che a ogni episodio le istituzioni hanno risposto con gli sgomberi, una strategia ripetuta negli anni senza risolvere il problema.
Dalla politica alla società civile, in molti parlano di una «tragedia annunciata», frutto di «precise responsabilità delle istituzioni».
Asilo, i ritardi della Questura lasciano le persone per strada
Al centro delle critiche ci sono le procedure di accesso all’asilo. La normativa europea prevede che il diritto all’accoglienza nasca nel momento in cui una persona esprime, anche solo a voce, la volontà di chiedere protezione internazionale. La domanda va poi registrata entro cinque giorni. A Trieste, secondo le associazioni, possono passare mesi. Nel frattempo i richiedenti restano senza accoglienza.
Il rapporto «Accesso negato», pubblicato a dicembre da diverse associazioni tra cui il Consorzio italiano di solidarietà (Ics) e l’International Rescue Committee, documenta appuntamenti rinviati di continuo, richieste di documenti ritenute illegittime e persone allontanate senza poter registrare la domanda. Nel solo 2025 le organizzazioni hanno inviato 34 segnalazioni collettive e 416 comunicazioni individuali, che riguardavano 1.494 persone. Secondo il rapporto, sono rimaste quasi tutte senza risposta.
L’Ics sostiene che nei suoi appartamenti ci sono in media 70 posti disponibili, inutilizzati per effetto delle scelte amministrative.
Procedure di frontiera contestate dai giudici
Da giugno il ministero dell’Interno applica a Trieste le procedure accelerate di asilo alla frontiera, previste dal Patto Ue sulla migrazione e asilo per esaminare rapidamente le domande. Il Tribunale di Trieste ha bocciato più volte questa scelta. Nella pronuncia più recente, la giudice Michela Bortolami ha ribadito che, secondo il diritto europeo, la procedura di frontiera richiede un collegamento con l’attraversamento di una frontiera esterna dell’Unione. Il confine tra Italia e Slovenia, entrambi Paesi Ue, non lo è. Per la giudice, inoltre, non basta che il Viminale abbia definito per decreto l’intera provincia «zona di frontiera o di transito».
Nonostante le sentenze, la procedura continua a essere applicata ed è diventata l’unica via per entrare nell’accoglienza, concentrata in due strutture dedicate. L’accoglienza diffusa, che la destra locale definisce una «trappola», viene invece ostacolata.
Il Comune continua inoltre a rifiutare l’uso dell’ex mercato di via Flavio Gioia, una struttura pubblica inutilizzata da anni e dotata di bagni, docce e riscaldamento. Secondo i critici potrebbe offrire un riparo immediato a chi oggi dorme all’aperto.
Si aggiunge un’ordinanza della Questura che limita la distribuzione di cibo e l’assistenza dei volontari in piazza Libertà, a pochi passi dagli ex magazzini, e la vieta nei fine settimana. Tra le motivazioni c’è la necessità di evitare disturbi alle attività di socialità, intrattenimento e svago del centro cittadino. Per le associazioni, la morte dei due giovani riapre la domanda che a Trieste si pone da anni: perché chi ha diritto all’accoglienza continua a dormire nei ruderi del porto.































