In seguito ai sanguinosi scontri di venerdì nel villaggio di Tell, culminati con la morte di quattro palestinesi e due soldati israeliani, la Cisgiordania occupata è stata teatro di una rapida escalation di violenza e ritorsioni. Nella giornata di domenica, coloni israeliani hanno appiccato il fuoco a due moschee nell’area di Nablus, lasciando sulle pareti scritte in ebraico con invocazioni alla vendetta. Contemporaneamente, le forze armate israeliane hanno condotto vasti rastrellamenti in diverse città palestinesi, portando all’arresto di circa ottanta persone e all’imposizione di severi blocchi stradali in tutto il territorio.
- Due moschee danneggiate da incendi dolosi riconducibili ai coloni nei pressi di Nablus.
- L’esercito israeliano ha arrestato almeno 80 palestinesi in diverse località della Cisgiordania.
- Le violenze seguono gli scontri a fuoco di Tell, in cui sono morti quattro palestinesi e due soldati israeliani.
Le condanne delle autorità e le testimonianze sui luoghi degli attacchi
“La moschea era nella sua fase finale ed era pronta ad accogliere i fedeli. Era già stata arredata con i divani. Gli hanno dato fuoco e hanno dipinto con lo spray slogan in ebraico sulle pareti”, ha dichiarato Abdel Azim Wadi, capo del consiglio comunale del villaggio di Qusra, descrivendo l’attacco alla moschea di al-Rahma. Un ulteriore tentativo di incendio è stato sventato dai fedeli nel villaggio di Kour, mentre altri episodi di aggressione sono stati segnalati contro lavoratori palestinesi vicino a Ramallah.
Di fronte agli episodi di incendio, i comandi militari israeliani hanno rilasciato una nota ufficiale: “Le forze di sicurezza condannano con fermezza incidenti di questo tipo, compresi i danni ai luoghi di culto, e continueranno ad agire con decisione per mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico nell’area.”
Da parte loro, le autorità palestinesi in Cisgiordania hanno espresso una ferma condanna nei confronti degli avvenimenti del fine settimana, definendoli parte di “pogrom sistematici in tutta la Cisgiordania occupata”.
Dagli scontri a fuoco nel villaggio di Tell alle operazioni militari
All’origine della nuova sintesi di violenza vi sono i fatti accaduti venerdì nei pressi del villaggio palestinese di Tell, a ridosso dell’insediamento di Havat Gilad. Secondo le ricostruzioni, un gruppo di coloni si è presentato alle porte del centro abitato senza il prescritto coordinamento preventivo con le autorità locali e di sicurezza. In seguito a un alterco, il responsabile della sicurezza della colonia ha estratto un fucile d’assalto; un residente palestinese si è impadronito dell’arma sparando, prima che ne scaturisse un conflitto a fuoco generale con l’intervento dei militari.
In seguito all’episodio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato l’avvio di operazioni di sicurezza, portando a raid capillari nelle città di Jenin, Ramallah, Hebron, Betlemme e Tulkarem, con oltre trenta fermi effettuati nella sola località di Tell.
Il dibattito sull’inquadramento informativo e il contesto della regione
La narrazione dei fatti di Tell ha generato forti discussioni anche nel panorama mediatico italiano. La descrizione iniziale fornita dai telegiornali della televisione pubblica Rai, che avevano parlato di un attacco subìto da un “gruppo di escursionisti”, ha sollevato polemiche sui social network e critiche da parte di esponenti del giornalismo per la mancata contestualizzazione della presenza dei coloni all’interno del territorio palestinese.
Questo picco di tensione si inserisce in un quadro di instabilità costante. Dal 7 ottobre 2023, data dell’attacco condotto da Hamas, la Cisgiordania ha registrato la morte di almeno 1.097 palestinesi e 48 israeliani tra civili e personale di sicurezza. La presenza di oltre mezzo milione di coloni israeliani al fianco di tre milioni di residenti palestinesi implica che la gestione del territorio rimarrà esposta a fiammate improvvise, dove ogni scontro locale rischia di convertirsi immediatamente in una spirale di ritorsioni incrociate.




























