Un nuovo studio europeo condotto dai ricercatori dell’Università di Aston e della società Alpharmaxim ha rivelato che la somministrazione di nuovi farmaci per le malattie neurodegenerative dipende da fattori psicologici e comportamentali oltre che dai dati clinici. L’indagine, pubblicata sulla rivista scientifica PLOS ONE, ha coinvolto 279 professionisti sanitari in Europa specializzati nella cura di patologie come la malattia di Parkinson. I risultati mostrano che la sola evidenza scientifica non garantisce l’adozione delle terapie più recenti, evidenziando la necessità di strategie mirate a modificare le abitudini e le percezioni dei medici al fine di garantire ai pazienti i trattamenti più adeguati.
- Un’analisi su 279 medici europei individua le barriere psicologiche nella prescrizione di nuove terapie neurodegenerative.
- Secondo i ricercatori, per un paziente neodiagnosticato la probabilità di ricevere un nuovo farmaco è di circa il 50%.
- I quattro fattori determinanti sono fiducia nelle competenze, opportunità, motivazione e intenzione consapevole.
Una scelta paragonabile al lancio di una moneta
A mettere in luce la gravità della situazione è il dottor Jason Thomas, docente di psicologia presso l’Università di Aston e tra i firmatari della ricerca. «In media, la probabilità che un paziente con una nuova diagnosi riceva un farmaco nuovo e potenzialmente migliore è di circa il 50%», ha dichiarato Thomas. «O, per dirla in un altro modo, la decisione del medico di somministrare l’ultimo trattamento potrebbe essere sostituita dal lancio di una moneta. Questo non è rassicurante».
Le parole del ricercatore evidenziano una realtà in cui i clinici tendono a mantenere le abitudini consolidate, soprattutto nelle fasi iniziali della patologia. Quando un paziente si trova al principio di una malattia neurodegenerativa, i medici mostrano una maggiore inclinazione ad attenersi rigidamente alle linee guida esistenti e alla routine ordinaria. Soltanto di fronte a quadri clinici più avanzati aumenta la disponibilità a valutare opzioni farmacologiche differenti o di recente introduzione.
L’evidenza clinica non basta a superare la riluttanza
A spiegare perché l’introduzione di un nuovo trattamento rappresenti un problema di comportamento oltre che medico è il dottor Carl Senior, lettore di psicologia alla Aston University. «Questo studio è l’ultimo tassello del puzzle. Ora disponiamo di un metodo consolidato per identificare i fattori che possono prevedere la probabilità che un medico prescriva una terapia migliore», ha affermato Senior.
Il ricercatore ha richiamato l’attenzione sulla gestione del Parkinson, una patologia in cui le cure tradizionali presentano effetti collaterali noti, ma dove risulta comunque complesso spingere la classe medica verso soluzioni alternative. «Abbiamo studiato clinici europei che assistono pazienti con la malattia di Parkinson, dove la terapia dominante presenta diversi effetti collaterali ben conosciuti. Nonostante la disponibilità di alternative, è notoriamente difficile incoraggiare i medici a prescriverle», ha aggiunto Senior.
I fattori che frenano i medici includono precedenti esperienze negative con farmaci simili, l’incertezza sugli esiti concreti e abitudini prescrittive radicate nel tempo.
I quattro pilastri per orientare la pratica medica
L’analisi statistica ha individuato quattro driver principali nelle decisioni di prescrizione: la fiducia del medico nelle proprie competenze, l’opportunità reale di prescrivere (intesa come accesso e linee guida chiare), la motivazione personale e l’intenzione consapevole di passare al nuovo farmaco.
A confermare la necessità di un cambio di approccio è William Hind, CEO di Alpharmaxim: «I soli dati raramente modificano un comportamento. Questa ricerca dimostra che le decisioni prescrittive sono influenzate da una complessa interazione di fattori predittivi specifici e generici». Secondo Hind, comprendere queste dinamiche permette di progettare strategie di comunicazione e supporto più efficaci per i professionisti sanitari.
La leva più potente per incrementare l’adozione delle innovazioni terapeutiche risiede nel modificare direttamente l’intenzione del clinico attraverso la formazione e il supporto decisionale.
Dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria, questo implica che l’approvazione di una nuova molecola da parte delle autorità regolatorie non garantisce automaticamente la sua diffusione nella pratica clinica quotidiana. I risultati dello studio, confluiti nello strumento diagnostico H-BIT (Healthcare Behavioural Insights Tool), suggeriscono che per garantire ai pazienti un reale accesso ai progressi della medicina servano interventi sistemici, linee guida chiare e percorsi formativi volti a sciogliere i dubbi e le incertezze dei medici.
Cosa ne pensate dell’impatto dei fattori psicologici sulle decisioni dei medici? Raccontateci la vostra esperienza o il vostro punto di vista nei commenti.




























