La ricerca sulla malattia di Alzheimer compie un importante passo in avanti grazie a due differenti studi scientifici che illuminano i meccanismi di protezione naturale del cervello. Le indagini, condotte dal Sanford Burnham Prebys e dall’Istituto Olandese per le Neuroscienze, dimostrano come specifiche componenti biologiche possano contrastare la neurodegenerazione. Da un lato, la proteina SORLA ha mostrato la capacità di bloccare l’accumulo tossico della proteina tau nei modelli animali. Dall’altro, la presenza e il comportamento attivo dei neuroni immature nell’ippocampo spiegano perché alcuni individui riescano a mantenere intatte le proprie facoltà cognitive anche in presenza della patologia.
- La proteina SORLA riduce la formazione di grovigli tossici e mitiga l’atrofia cerebrale nei modelli animali.
- I neuroni immature nell’ippocampo persistono anche oltre gli 80 anni di età in individui sani e malati.
- Nei soggetti cognitivamente resilienti, questi neuroni attivano specifici programmi genetici di sopravvivenza e protezione.
Il ruolo protettivo della proteina SORLA contro la proteina tau
In condizioni normali, la proteina tau stabilizza la struttura interna dei neuroni ancorando i microtubuli. Nelle tauopatie e nella malattia di Alzheimer, tuttavia, la tau subisce un processo di iperfosforilazione che la porta ad aggrovigliarsi all’interno delle cellule nervose, causando la morte neuronale e la perdita delle connessioni sinaptiche. Il team di ricerca guidato da Timothy Huang e Huijie Huang presso il Sanford Burnham Prebys ha pubblicato sulla rivista Science Advances la scoperta del ruolo svolto dalla proteina SORLA.
Sperimentando su modelli murini con livelli elevati di SORLA umana, i ricercatori hanno osservato una riduzione nella formazione dei grovigli di tau, una minore atrofia cerebrale e una migliore conservazione della plasticità sinaptica. Al contrario, la rimozione del gene Sorl1, responsabile della produzione di SORLA, ha aggravato i danni neurologici.
La presenza della proteina SORLA limita la capacità della proteina tau alterata di agire come innesco per la formazione di ulteriori agglomerati tossici nel cervello.
I risultati hanno inoltre rivelato un possibile bersaglio farmacologico che potrebbe aiutare a controllare l’attività dannosa nelle cellule cerebrali di supporto.
Neuroni immature e la resilienza cognitiva nelle persone anziane
Un secondo studio, guidato dalla neuroscienziata Evgenia Salta dell’Istituto Olandese per le Neuroscienze e pubblicato su Cell Stem Cell, affronta il fenomeno della resilienza cognitiva, ossia la condizione di chi mantiene lucidità mentale pur presentando i segni patologici dell’Alzheimer.
Attraverso il sequenziamento dell’RNA a singolo nucleo su campioni di ippocampo appartenenti a donatori con un’età media superiore agli 80 anni, la ricerca ha confermato la presenza permanente di neuroni immature sia in soggetti sani, sia in pazienti malati o resilienti. La differenza sostanziale riscontrata non riguarda la quantità di cellule giovani presenti, bensì il loro comportamento biologico.
Nei soggetti cognitivamente resilienti, i neuroni immature attivano programmi genetici di sopravvivenza capaci di attenuare i segnali di infiammazione e morte cellulare.
Queste cellule giovanili svolgono una funzione di supporto per il tessuto circostante, contribuendo a preservare l’equilibrio funzionale dell’ippocampo nonostante le sollecitazioni legate alla patologia.
Le implicazioni per i futuri trattamenti della demenza
I risultati di queste due ricerche evidenziano un’evoluzione nell’approccio scientifico alle malattie neurodegenerative, spostando l’attenzione dall’eliminazione diretta delle lesioni al potenziamento dei sistemi di difesa biologica già presenti nell’organismo.
Questo implica che le strategie terapeutiche del futuro potrebbero mirare a stimolare l’espressione della proteina SORLA o a preservare lo stato funzionale dei neuroni giovanili nell’ippocampo. Comprendere come modulare questi meccanismi endogeni offre nuove prospettive per prevenire il deterioramento cognitivo e proteggere la funzionalità cerebrale durante l’invecchiamento.




















