Tre distinti studi scientifici presentano nuove strategie per superare i principali ostacoli della cura dei tumori, dalla resistenza ai farmaci alle barriere biologiche. Ricercatori della City St George’s di Londra, dell’Università della Virginia e dell’Università del Tennessee hanno sviluppato approcci innovativi basati sulla matematica evolutiva, sulle nanotecnologie con ultrasuoni e su peptidi attivati dall’acidità tumorale. Le ricerche, orientate a combattere forme aggressive come il glioblastoma e i tumori metastatici, mirano a colpire la malattia con maggiore precisione prima che le cellule maligne riescano ad adattarsi o a proliferare in modo incontrollato.
- I ricercatori di Londra propongono di alternare i farmaci prima che il tumore sviluppi resistenze genetiche.
- L’Università della Virginia ha impiegato ultrasuoni e microbolle per superare la barriera emato-encefalica nel glioblastoma.
- L’Università del Tennessee ha progettato peptidi che si attivano solo nell’ambiente acido dei tessuti tumorali.
I limiti storici nella lotta contro le neoplasie
Negli approcci clinici tradizionali, la somministrazione di una terapia prosegue di norma fino a quando i test non evidenziano una ripresa della crescita tumorale, momento in cui si decide di passare a un nuovo farmaco. Durante questo periodo, tuttavia, la divisione cellulare delle cellule maligne favorisce l’insorgenza casuale di mutazioni genetiche capaci di rendere il tumore resistente al trattamento in uso.
A questa sfida si aggiungono la difficile accessibilità di alcune aree del corpo e l’elevata tossicità dei farmaci combinati. Nel caso del glioblastoma, il tumore cerebrale maligno più comune negli adulti che causa oltre 13.000 decessi all’anno nei soli Stati Uniti, la presenza della barriera emato-encefalica impedisce alla maggior parte delle sostanze terapeutiche di raggiungere le cellule maligne. La barriera emato-encefalica è una struttura anatomica formata da cellule endoteliali che protegge il sistema nervoso centrale da tossine e patogeni, ma che ostacola anche il passaggio dei farmaci oncologici.
Le tre soluzioni innovative nate dai laboratori
Per superare queste barriere, il dottor Robert Noble della City, St George’s, University of London, ha applicato la teoria evolutiva e modelli matematici alla progressione tumorale. La sua proposta prevede di alternare rapidamente diverse terapie mentre il tumore si sta ancora riducendo, impedendo alle cellule mutate di prendere il sopravvento.
Sul fronte del glioblastoma, il team guidato dal dottor Roger Abounader dell’Università della Virginia ha pubblicato sul Journal of Clinical Investigation un metodo per superare la barriera emato-encefalica. Attraverso l’uso di ultrasuoni focalizzati guidati da risonanza magnetica e microbolle, i ricercatori riescono ad aprire temporaneamente la barriera per veicolare microRNA tramite nanoparticelle. I microRNA sono in grado di inibire contemporaneamente più geni alterati responsabili dello sviluppo del tumore.
Contemporaneamente, il laboratorio del professor Francisco N. Barrera all’Università del Tennessee, con la ricercatrice Jen Rybak, ha descritto in una rassegna su Chemical Reviews una classe di peptidi denominati TMAC. Poiché il microambiente dei tumori è tipicamente più acido rispetto ai tessuti sani, questi peptidi si attivano e si inseriscono nelle membrane cellulari esclusivamente in presenza di acidità, riuscendo a interagire con recettori specifici come EphA2, coinvolto nella metastasi e nella resistenza terapeutica.
L’adozione combinata di modelli matematici evolutivi e nanotecnologie punta a spiazzare le cellule tumorali prima che abbiano il tempo di adattarsi o difendersi.
I prossimi traguardi clinici e l’impatto sulla medicina
Mentre la strategia del cambio precoce dei farmaci offre un modello teorico pronto per essere integrato nei protocolli sperimentali, le tecnologie dei peptidi attivi e delle nanoparticelle per il cervello hanno già mostrato risultati positivi sui modelli animali, riducendo la crescita tumorale e prolungando la sopravvivenza.
Per i pazienti e la pratica clinica, questo implica che il futuro delle cure oncologiche potrebbe spostarsi da un approccio reattivo — basato sull’intervento a ricaduta avvenuta — a un’azione proattiva, capace di limitare la tossicità complessiva e migliorare la selettività dei farmaci nei confronti delle cellule maligne.




















