Un’analisi archeobotanica condotta nella Cloggs Cave, situata nel territorio della nazione aborigena GunaiKurnai nell’Australia sud-orientale, ha rivelato che la struttura è stata usata per rituali magici, guarigioni e maledizioni per circa 25.000 anni. La ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Environmental Archaeology e co-diretta da Bruno David dell’Università Monash assieme agli anziani tradizionali, ha analizzato minuscoli residui vegetali mineralizzati noti come fitoliti. I dati indicano che oltre mille generazioni di popolazioni indigene hanno trasportato erbe intere all’interno della grotta per bruciarle, creando strati sovrapposti di cenere impiegati nelle cerimonie spirituali.
- I fitoliti combusti rinvenuti nella Cloggs Cave confermano pratiche rituali eseguite per oltre 25.000 anni.
- Nel sito è stato scoperto un monolite alto 28 centimetri eretto circa 2.000 anni fa per scopi cerimoniali.
- Lo studio è stato progettato e condotto in stretta collaborazione con la comunità indigena GunaiKurnai.
I fitoliti rivelano l’uso rituale delle erbe
L’indagine scientifica si è basata sullo studio dei fitoliti, corpi microscopici di silice che si formano nei tessuti vegetali quando le piante assorbono i minerali dal suolo. A differenza del polline, che viene facilmente trasportato dal vento o dagli insetti su lunghe distanze, i fitoliti si accumulano nel punto esatto in cui la pianta si decompone o viene bruciata dall’uomo.
Poiché la grotta è completamente priva di luce naturale e non permette la crescita spontanea di vegetazione, la presenza di questi microfossili dimostra un trasporto intenzionale da parte dell’uomo.
Analizzando campioni estratti da due pozzetti di scavo profondi rispettivamente 1,5 metri e 2,3 metri, i ricercatori guidati dalla dottoressa Elle Grono dell’Australian National University hanno identificato 29 diversi tipi di fitoliti. Fino al 97% di quelli combusti apparteneva a graminacee delle sottofamiglie Pooideae, Panicoideae e Chloridoideae. Le analisi hanno rilevato che circa il 18% dei fitoliti totali mostrava tracce evidenti di bruciatura o fusione, con la presenza di parti non commestibili come radici, steli, foglie e fiori, a conferma del fatto che le piante venivano introdotte intere nella caverna.
La continuità culturale registrata nei depositi archeologici
Le evidenze indicano che l’accumulo di ceneri si è intensificato nel corso del tempo. Se prima di 4.400 anni fa l’uso del fuoco con l’erba era più sporadico, tra 4.400 e 1.600 anni fa gli abitanti della regione hanno creato ben 73 sottili strati di cenere ben conservati. All’interno di questi depositi, gli archeologi hanno scoperto un monolite alto 28 centimetri, collocato verticalmente circa 2.000 anni fa e circondato da ceneri d’erba bruciata per i successivi 400 anni.
Attorno a un monolite alto 28 centimetri, collocato nel sito circa 2.000 anni fa, le popolazioni indigene hanno bruciato erba per oltre quattro secoli.
Nei livelli più profondi ed antichi sono stati rinvenuti anche bastoncini di legno di Casuarina lavorati e spalmati di grasso, utilizzati per cerimonie con piccoli fuochi. Questa continuità trova riscontro nelle cronache etnografiche redatte nel XIX secolo dall’antropologo Alfred Howitt, che descriveva l’uso della cenere nei rituali praticati dai mulla-mullung, le figure di riferimento spirituale e di medicina della comunità GunaiKurnai.
L’importanza della ricerca archeobotanica collaborativa
In termini metodologici, questo studio evidenzia l’importanza dell’archeobotanica nel ricostruire aspetti della vita preistorica che raramente lasciano tracce durature nel registro fossile. Mentre gli strumenti in pietra o i resti ossei offrono informazioni sulla sussistenza e sulla tecnologia, l’analisi dei microfossili vegetali permette di analizzare le pratiche simboliche e il patrimonio immateriale.
L’elemento centrale della ricerca risiede nell’integrazione diretta tra l’indagine scientifica e la governance indigena. Gli scavi del 2019 e 2020 sono stati promossi su richiesta della GunaiKurnai Land and Waters Corporation, la cui partecipazione alle fasi di progettazione, lavoro sul campo e interpretazione dei dati garantisce che la ricerca rispetti e valorizzi la memoria culturale dei proprietari tradizionali del territorio.
Cosa ne pensate dell’integrazione tra le tecniche d’analisi archeologica e la conservazione delle tradizioni orali indigene? Condividete le vostre riflessioni nei commenti.




















