In Uganda, il parassita della malaria sta sviluppando nuove mutazioni genetiche che ne riducono la sensibilità ai principali farmaci antimalarici impiegati in Africa. A rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine e guidato da scienziati della Brown University in collaborazione con la Johns Hopkins University e altre istituzioni. Analizzando il genoma completo dei parassiti prelevati da centinaia di individui infetti, i ricercatori hanno scoperto varianti nel gene della proteina PX1 correlate a una minore risposta a principi attivi fondamentali come artemisinina e lumefantrina, ponendo una nuova sfida al contrasto della malattia.
- Identificate in Uganda mutazioni nel gene PX1 del parassita della malaria collegate a una minore sensibilità ai farmaci antimalarici.
- È la prima volta che una specifica variante genetica viene associata alla ridotta efficacia di più componenti delle terapie combinate.
- Gli scienziati sollecitano l’aggiornamento dei sistemi di sorveglianza e lo sviluppo urgente di nuove opzioni terapeutiche.
L’allarme degli esperti sulla diffusione delle varianti
«È estremamente preoccupante che queste nuove mutazioni si stiano diffondendo così rapidamente: ci dice che sono importanti per la sopravvivenza del parassita», ha dichiarato Jeffrey Bailey, docente alla Brown University e co-autore dello studio. Bailey ha ricordato che la malaria continua a rappresentare una causa primaria di mortalità, in particolare nell’Africa subsahariana, e che la comparsa di resistenze rischia di vanificare gli sforzi di contenimento.
«Man mano che la resistenza ai farmaci continua a emergere, temiamo che possa compromettere il controllo della sua diffusione e causare ancora più decessi», ha avvertito Bailey.
La resistenza ai farmaci tende a presentarsi quando i trattamenti per malattie batteriche, virali o parassitarie vengono somministrati su altissima scala. In Uganda, la combinazione artemether-lumefantrina costituisce la terapia principale per la malaria non complicata da circa vent’anni. Tuttavia, segnali di un calo di sensibilità sono emersi anche dalle indicazioni dei Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, che hanno raccomandato un ciclo terapeutico prolungato a seguito del fallimento dei dosaggi standard in alcuni viaggiatori.
Il sequenziamento genetico svela il ruolo della proteina PX1
Per individuare le cause della minore efficacia terapeutica, i ricercatori hanno adottato un approccio basato sul sequenziamento dell’intero genoma. «Sapevamo che i parassiti stavano cambiando e che nel tempo la loro sensibilità ai trattamenti stava diminuendo», ha spiegato Karamoko Niaré, primo autore della pubblicazione. «Abbiamo deciso di sequenziare l’intero genoma per avere un quadro più chiaro di ciò che stava accadendo.»
L’indagine su un’area genomica comprendente 69 geni ha evidenziato un insieme di tre mutazioni e due delezioni associate a una ridotta risposta a tre principi attivi: artemisinina, lumefantrina e meflochina. Le mutazioni principali sono state individuate nel gene che codifica la proteina di legame ai fosfoinositidi, denominata PX1.
«Non avevamo alcun marcatore molecolare convalidato per la resistenza alla lumefantrina», ha sottolineato Niaré, evidenziando come l’individuazione di questo marcatore fornisca uno strumento utile per monitorare la diffusione della resistenza nell’intero continente africano.
Le implicazioni per la salute pubblica globale
Le terapie combinate a base di artemisinina rappresentano lo standard terapeutico di riferimento; quando la sensibilità del parassita diminuisce contemporaneamente verso più farmaci impiegati in combinazione, l’efficacia del trattamento rischia di essere compromessa. Questo scenario richiede sia una costante sorveglianza genomica sia la progettazione di nuove molecole.
Gli scienziati indicano la necessità di integrare la mutazione PX1 nei programmi di monitoraggio esistenti e di condurre studi clinici sul campo per determinare l’effettivo impatto di questi ceppi mutati sulla guarigione dei pazienti. Come ha concluso Bailey, la scoperta sottolinea l’urgenza di sviluppare modelli predittivi sull’efficacia dei farmaci e di accelerare la ricerca su nuovi principi attivi antimalarici.
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