Un’infezione alle vie urinarie insorta a seguito di un trauma cranico moderato può aggravare in modo significativo i deficit cognitivi causati dalla lesione cerebrale. È quanto emerge da uno studio condotto su modelli animali dai ricercatori della Ohio State University, pubblicato sul Journal of Neurotrauma. La ricerca dimostra come un processo infettivo circoscritto all’apparato urinario sia in grado di amplificare la risposta infiammatoria nel cervello, intensificando la perdita di memoria spaziale. I risultati mettono in luce l’importanza di non sottovalutare le complicanze infettive comuni nei pazienti traumatizzati.
- Il 15% degli adulti con lesioni cerebrali traumatiche sviluppa un’infezione urinaria entro un anno dall’evento.
- Nei test di laboratorio, l’infezione da E. coli ha aggravato i deficit di memoria spaziale dovuti al trauma cranico.
- L’infezione urinaria innesca risposte immunitarie e infiammatorie ritardate in diverse aree del cervello.
«Non dobbiamo trascurare le infezioni urinarie», avverte la ricerca
Olga Kokiko-Cochran, docente di neuroscienze presso il College of Medicine dell’Ohio State University e autrice principale dello studio, ha richiamato l’attenzione sull’impatto di patologie spesso considerate marginali nel percorso di recupero. «Questa infezione molto comune si verifica nei sopravvissuti a un trauma cranico, anche in coloro che non la segnalano o non si recano in ospedale, ed è associata a cambiamenti cognitivi osservati e percepiti», ha spiegato la ricercatrice.
«Abbiamo pensato che le infezioni urinarie potessero avere un impatto molto più grande sul recupero dopo una lesione cerebrale di quanto attualmente riconosciuto. Non dobbiamo trascurarle: non possiamo presumere che un’infezione di qualsiasi tipo sia irrilevante», ha aggiunto Kokiko-Cochran.
I test di laboratorio mostrano un aumento dell’infiammazione cerebrale
Nello studio sperimentale, condotto su topi femmina sottoposti a un trauma cranico di gravità moderata — paragonabile a quello causato da una caduta accidentale — i ricercatori hanno inoculato il batterio Escherichia coli tre giorni dopo la lesione cerebrale. I test comportamentali condotti a distanza di sei giorni dal trauma hanno evidenziato che l’infezione urinaria ha peggiorato nettamente le difficoltà di memoria spaziale riscontrate negli animali.
Zachary Zimomra, coautore dello studio e ricercatore di neuroscienze, ha evidenziato come il peggioramento cognitivo indotto dall’infezione si associ a incrementi ritardati di due proteine legate all’infiammazione in diverse cellule cerebrali.
«Clinicamente c’è qualcosa nelle infezioni urinarie che provoca un cambiamento comportamentale nella cognizione non necessariamente visibile con un’influenza o un raffreddore. Potrebbe trattarsi di un meccanismo legato alla vescica stessa», ha affermato Zimomra.
La connessione tra cervello e vescica apre nuove prospettive cliniche
Dall’analisi molecolare è emerso inoltre che la citochina infiammatoria IL-6 aumentava nel sangue dopo il trauma cranico, per poi attenuarsi a seguito dell’infezione urinaria, suggerendo una complessa interazione antinfiammatoria legata alla risposta dell’organismo. Al contempo, la sola lesione cerebrale ha provocato un incremento delle cellule immunitarie all’interno della vescica.
Questo legame bidirezionale indica che l’individuazione tempestiva dei disturbi urinari potrebbe diventare un elemento chiave nella gestione riabilitativa. In ambito clinico, questo implica che lo screening sistematico delle infezioni urinarie nei pazienti traumatizzati potrebbe prevenire un peggioramento cognitivo evitabile, riducendo l’elevato tasso di ricoveri ospedalieri che si registra nel primo anno post-infortunio.
Kokiko-Cochran ha concluso guardando ai futuri sviluppi della ricerca: «Questa è stata un’opportunità per il nostro laboratorio di offrire un contributo con un’importante rilevanza traslazionale, per aumentare la consapevolezza e aiutarci a capire come questo tipo di infezione si sovrapponga a una lesione cerebrale».
Ritenete che la prevenzione delle infezioni secondarie sia sufficientemente valorizzata nei percorsi di riabilitazione clinica? Condividete la vostra opinione nei commenti.































