Il Regno Unito ha un nuovo Primo Ministro. Andy Burnham, 56 anni, ha ufficialmente assunto la guida del governo britannico dopo aver incontrato Re Carlo III a Buckingham Palace per il tradizionale rito del “bacio delle mani”. Burnham, neo-leader del Partito Laburista, succede a Keir Starmer, costretto alle dimissioni dopo il calo nei sondaggi e crescenti pressioni interne al proprio partito. Per la politica britannica si tratta dell’ennesimo avvicendamento: Burnham è infatti il settimo premier a varcare la soglia di Downing Street negli ultimi dieci anni.
- Andy Burnham è ufficialmente il settimo Primo Ministro britannico dal 2016.
- Keir Starmer ha rassegnato le dimissioni dopo il crollo dei consensi e le pressioni interne del Partito Laburista.
- Nel suo primo discorso, Burnham ha promesso di presentare entro la fine dell’anno un piano decennale per un nuovo modello economico e politico.
- Tra le priorità dichiarate figurano il contrasto all’emergenza abitativa e l’eliminazione dei senzatetto.
La promessa di Burnham: “Dobbiamo fare di meglio”
Nel suo primo discorso pronunciato davanti al numero 10 di Downing Street, il nuovo premier ha voluto lanciare un messaggio di netta discontinuità, affrontando direttamente la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni. “So che le persone a casa sono stufe della politica, vi ascolto. Non siamo stati abbastanza bravi e dobbiamo fare di meglio”, ha dichiarato Burnham, promettendo di voler “restituire speranza” al Paese.
Senza fare espliciti riferimenti ai suoi predecessori, il Primo Ministro ha espresso una dura critica verso le scelte economiche e sociali intraprese dal Regno Unito a partire dagli anni ’80, con particolare riferimento alle privatizzazioni dei servizi pubblici e alla deindustrializzazione. Burnham ha annunciato l’intenzione di presentare entro la fine dell’anno un piano decennale per un nuovo modello economico e politico, promettendo al contempo misure immediate per contrastare la crisi del costo della vita e l’emergenza dei senzatetto.
Il commiato di Starmer e la transizione di potere
Poco prima dell’arrivo di Burnham a Buckingham Palace, l’ormai ex premier Keir Starmer ha pronunciato il suo discorso d’addio, difendendo l’operato dei suoi due anni di governo. Starmer ha affermato che il Regno Unito è oggi “più forte e più giusto” rispetto a quando ha assunto l’incarico, rivendicando miglioramenti sul fronte economico e tempi di attesa più brevi nella sanità pubblica.
“Vado via con grazia, con un sorriso e orgoglioso di tutto ciò che abbiamo realizzato”, ha dichiarato Starmer prima di presentare formalmente le proprie dimissioni al sovrano.
Nel sistema parlamentare del Regno Unito, la sostituzione del leader del partito di maggioranza consente il cambio della guida del governo senza la necessità di convocare immediate elezioni politiche generali, che dovranno tenersi al più tardi entro l’agosto del 2029. Questo meccanismo di successione interna, pur garantendo la continuità istituzionale, riflette la forte instabilità che ha caratterizzato la politica britannica nell’ultimo decennio, segnato profondamente dalle conseguenze della Brexit.
Dalla periferia di Liverpool al cuore del potere
Cresciuto nella periferia di Liverpool e iscritto al Partito Laburista fin dall’età di 15 anni, Burnham vanta una lunga carriera politica. Già ministro della Cultura e della Salute nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, ha successivamente ricoperto il ruolo di sindaco della Greater Manchester dal 2017 al 2026. Proprio la gestione della metropoli del nord gli ha garantito una forte popolarità, grazie a politiche vicine alle istanze popolari e al suo ruolo cruciale nell’approvazione della “Hillsborough Law”, la legge contro i depistaggi di Stato introdotta dopo la tragedia calcistica del 1989.
Il posizionamento politico di Burnham, collocato più a sinistra rispetto a figure come Blair o lo stesso Starmer, suggerisce un programma focalizzato sul decentramento del potere da Londra verso le regioni settentrionali, sul potenziamento dei trasporti pubblici e sulla gestione pubblica dei servizi essenziali. Tuttavia, il nuovo premier si trova subito a dover gestire dossier complessi, che spaziano dalla gestione della spesa per la difesa alla crisi del sistema sanitario nazionale (NHS), fino alle delicate nomine ministeriali che definiranno la fisionomia del suo esecutivo.





















