Popstar globale, ex giudice del programma televisivo American Idol e autrice di alcuni dei più grandi successi della musica pop contemporanea, Katy Perry è al centro di una dura polemica con la Casa Bianca. La cantante ha espresso profonda rabbia per l’uso non autorizzato del suo brano del 2010 «Firework», inserito dall’account ufficiale dell’amministrazione statunitense su TikTok come colonna sonora di un filmato che mostra attacchi militari contro l’Iran. Perry ha chiarito di non aver mai concesso alcuna autorizzazione e di rifiutare fermamente l’associazione della sua arte ad azioni belliche.
- Katy Perry ha criticato la Casa Bianca per l’uso di «Firework» in un video di bombardamenti.
- Il filmato su TikTok mostrava esplosioni in Iran accompagnate dal testo «boom, boom, boom».
- La cantante ha ribadito che il brano è un inno di speranza e non uno strumento di propaganda bellica.
- La protesta si aggiunge a quelle di altri artisti come Ariana Grande, Kesha e Celine Dion.
Un montaggio virale tra musica pop ed esplosioni
Il video della discordia è stato pubblicato giovedì dall’account ufficiale della Casa Bianca sulla piattaforma TikTok. Nel filmato, le immagini di bombardamenti ed esplosioni causate dai blitz militari statunitensi sono state sincronizzate con i versi «boom, boom, boom» del brano «Firework», tratto dall’album candidato ai Grammy Teenage Dream. A completare il post, la didascalia esplicita: «L’Iran è stato avvertito».
«Sono profondamente sconvolta e arrabbiata nel vedere ‘Firework’ usata come colonna sonora per filmati di attacchi militari. Non l’ho approvato, non mi è stato chiesto e non lo tollero assolutamente», ha dichiarato Katy Perry in un messaggio diffuso sabato mattina sul proprio profilo X.
La cantante ha sottolineato la totale incompatibilità tra il messaggio originale dell’opera e l’uso fatto dall’amministrazione. «Ho scritto questa canzone per essere un inno di speranza, guarigione e forza interiore per chi attraversa i momenti più bui», ha aggiunto. «Vedere un messaggio di incoraggiamento trasformato in un’arma per fare da colonna sonora a distruzione e violenza è una completa violazione di tutto ciò che la mia canzone rappresenta. La mia musica serve a unire le persone, non a celebrare la guerra».
Tensioni diplomatiche e il nodo dell’uso della musica in politica
La pubblicazione del filmato si inserisce in un contesto politico estremamente teso. L’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump ha continuato a condurre blitz tramite il Central Command statunitense contro obiettivi missilistici, marittimi e nucleari in Iran, pur mantenendo aperti canali negoziali e dichiarando di non avere fretta. Durante una conferenza stampa, alla domanda di un giornalista del New York Times che chiedeva se il bombardamento di infrastrutture potesse costituire un crimine di guerra, Trump ha evitato di rispondere, criticando direttamente la testata giornalistica.
Questo scontro evidenzia una crescente frattura tra il mondo della cultura e l’uso della proprietà intellettuale a fini di propaganda politica e militare sulle piattaforme social.
Negli Stati Uniti, la trasmissione di brani musicali durante eventi o su canali ufficiali beneficia spesso di licenze distributive ampie, ma l’impiego diretto di brani commerciali per accompagnare immagini di interventi militari genera regolarmente accese controversie etiche e legali tra autori e istituzioni.
Una protesta diffusa tra i grandi della musica
La presa di posizione di Katy Perry non costituisce un caso isolato, ma si inserisce in una lunga serie di contestazioni da parte di artisti internazionali nei confronti dell’amministrazione americana. In precedenza, Ariana Grande aveva espresso il proprio sdegno per l’uso del suo brano «Bye» in un video della Casa Bianca che ritraeva agenti dell’ICE intenti ad arrestare e ammanettare persone.
In modo analogo, la cantante Kesha aveva condannato l’impiego della canzone «Blow» sopra immagini di caccia militari accompagnate dalla parola «Letalità», definendo rivoltante e disumano il tentativo di sdrammatizzare la guerra. Ai loro richiami si sono uniti nel tempo i messaggi di disappunto di numerosi altri nomi celebri della scena musicale, tra cui Taylor Swift, Sabrina Carpenter, Olivia Rodrigo, Celine Dion, Neil Young e i Rolling Stones, tutti accomunati dal rifiuto di vedere le proprie opere associate a messaggi politici non condivisi.





















