Gli odori emanati dalle ferite infette potrebbero diventare l’arma principale per proteggere gli allevamenti da un pericoloso parassita carnivoro. Presso la Colorado State University, la professoressa Jessica Metcalf sta analizzando i composti chimici rilasciati dai batteri presenti sulle lesioni per sviluppare esche olfattive mirate contro la mosca New World screwworm. Eradicato negli Stati Uniti oltre mezzo secolo fa, questo insetto è stato nuovamente rilevato all’inizio di giugno in Texas e successivamente in Nuovo Messico, spingendo i ricercatori a strutturare interventi preventivi per contrastarne la diffusione.
- La mosca parassita è stata riavvistata in Texas e Nuovo Messico tra giugno e luglio.
- Gli scienziati analizzano i composti organici volatili batterici per attirare la specie specifica.
- Una rete sul territorio raccoglierà campioni su lesioni di bestiame e fauna per mappare la presenza dell’insetto.
Dal declino alla ricomparsa del parassita negli Stati Uniti
L’insetto conosciuto come New World screwworm rappresenta una minaccia costante per gli animali a sangue caldo, inclusi bestiame, animali domestici, fauna selvatica ed esseri umani. Le femmine di questa mosca depongono le uova nelle ferite aperte o nelle cavità corporee; una volta schiuse, le larve iniziano a nutrirsi dei tessuti vivi dell’ospite, con conseguenze che possono rivelarsi letali se l’infezione non viene trattata per tempo.
Dopo un’eradicazione dal territorio statunitense durata più di 50 anni, il parassita è riemerso a inizio giugno in Texas. Entro il 23 luglio, le rilevazioni hanno confermato la presenza della mosca in bovini, ovini, caprini e in due cani in Texas, oltre che in un cane situato in Nuovo Messico. Per gli allevatori la situazione comporta un impatto diretto sulle attività quotidiane, poiché la normativa impone il controllo accurato di ogni animale e la completa guarigione delle ferite prima di poter autorizzare qualsiasi spostamento del bestiame.
La biologia degli odori per catturare la mosca della carne viva
Per fermare la diffusione dell’insetto, il laboratorio guidato da Jessica Metcalf nel Dipartimento di Scienze Animali della Colorado State University sta lavorando al perfezionamento delle trappole di monitoraggio. Attualmente, le esche più diffuse impiegano odori derivati dalla carne in decomposizione. Questo attrattivo richiama tuttavia in prevalenza una specie affine, la mosca secondaria della carne, che si nutre solo di materia morta e finisce per riempire i contenitori rendendo difficile l’individuazione del parassita primario.
A differenza delle specie necrofaghe che colonizzano la materia organica morta, le larve di questo parassita si nutrono esclusivamente di tessuti vivi, guidate da specifici composti organici volatili.
Il team di ricerca, che include le docenti Kayla Borton e Kelly Wrighton e avvale del supporto del Colorado State Microbiome (CoSMic) Network, punta a identificare con precisione quali composti chimici volatili prodotti dai batteri attirino la New World screwworm. La ricerca sfrutta le competenze maturate da Metcalf in 15 anni di studi sulla decomposizione animale presso il sito sperimentale di Huntsville, in Texas, le cui scoperte vengono impiegate anche in ambito forense per determinare l’ora del decesso nei casi giudiziari.
La rete di campionamento e i prossimi passaggi sul territorio
I prossimi passaggi del progetto prevedono la creazione di una capillare rete di monitoraggio sul campo per raccogliere dati direttamente sul terreno. Sotto la coordinazione di Tracey Goldstein, direttrice dell’One Health Institute della Colorado State University, il progetto coinvolgerà allevatori, veterinari e biologi della fauna selvatica attivi in Texas, Nuovo Messico, Arizona e Colorado.
I volontari e gli operatori sul posto verranno forniti di kit per prelevare campioni microbiologici tramite tampone dalle ferite degli animali. I campioni inviati ai laboratori universitari consentiranno di confrontare i batteri presenti sulle lesioni vive con quelli della materia in decomposizione. L’estensione dei controlli alla fauna selvatica risulta fondamentale: qualora il parassita dovesse insediarsi tra le specie selvatiche, il contenimento dell’infezione diventerebbe estremamente complesso.
Ritenete che l’impiego della microbiologia applicata possa rappresentare una svolta decisiva nella difesa degli allevamenti dalle infezioni parassitarie? Condividete la vostra opinione nei commenti.





















