Nei pazienti con sistema immunitario compromesso, l’aggressività dei tumori della pelle non melanoma non è causata dall’assenza delle cellule immunitarie preposte a combatterli, bensì da un loro preciso difetto di comunicazione. Lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas, pubblicato sulla rivista scientifica Cell. Analizzando i campioni tumorali, il team guidato da Moran Amit ha scoperto che i macrofagi rimangono presenti all’interno delle masse tumorali, ma perdono la capacità di scambiare segnali efficaci con le altre cellule del sistema immunitario.
- Lo studio dell’MD Anderson Cancer Center ha analizzato i tumori della pelle non melanoma in 138 pazienti.
- Nei soggetti immunosoppressi la sopravvivenza globale a cinque anni si attesta al 33%, rispetto al 68,8% dei pazienti immunocompetenti.
- I macrofagi presenti nei tumori mostrano una ridotta diversità di recettori e segnali meno efficaci per attivare i linfociti T.
I macrofagi perdono la capacità di guidare l’attacco al tumore
I macrofagi sono una tipologia di globuli bianchi appartenente all’immunità innata con il compito di coordinare la risposta immunitaria dell’organismo. In condizioni normali, queste cellule identificano le minacce ed mettono segnali chimici che guidano i linfociti T a riconoscere e distruggere le cellule tumorali. L’analisi a singola cellula condotta nello studio ha però evidenziato che nei pazienti immunosoppressi la popolazione cellulare riscontrata nei tumori è quantitativamente simile a quella dei pazienti sani, ma risulta gravemente alterata nel funzionamento.
La ridotta varietà di recettori e la scarsa efficacia dei segnali emessi dai macrofagi impediscono al sistema immunitario di orchestrare un attacco mirato contro la neoplasia.
I dati clinici raccolti su 138 pazienti affetti da tumore cutaneo non melanoma mostrano le pesanti conseguenze di questo deficit: le persone con un sistema immunitario debilitato registrano un periodo di sopravvivenza libera da malattia più breve e un tasso di sopravvivenza globale a cinque anni pari al 33%, contro il 68,8% riscontrato nei soggetti con piena funzionalità immunitaria.
Nuove prospettive per i pazienti esclusi dalle immunoterapie
I tumori della pelle non melanoma rappresentano una forma tumorale estremamente diffusa, le cui varianti più aggressive colpiscono frequentemente categorie vulnerabili come i pazienti sottoposti a trapianto d’organo o le persone affette da specifiche neoplasie del sangue. Per tutelare la loro salute, questi pazienti vengono abitualmente esclusi dall’impiego degli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci biologici che stimolano il sistema immunitario ma che rischierebbero di causare il rigetto degli organi trapiantati o gravi complicanze organiche, lasciandoli di fatto privi di opzioni immunoterapiche efficaci.
Sapere che le cellule difensive sono già presenti sul sito del tumore cambia l’approccio clinico, spostando l’obiettivo sul ripristino della loro funzionalità originale.
Questo significa che la ricerca terapeutica non dovrà necessariamente focalizzarsi sulla ricerca di sistemi per reclutare nuove cellule all’interno del tessuto tumorale, bensì sullo sviluppo di molecole capaci di riattivare i canali comunicativi dei macrofagi già sul posto. Un potenziamento mirato dell’immunità innata potrebbe dunque consentire di sviluppare trattamenti specifici anche per chi oggi non può accedere alle terapie oncologiche standard.































